Indice
Una mattina qualunque, tra lavoro e sogni di evasione
“Non basta che il software sia buono”: il supporto come atto di fiducia
Il ’98-2000 che non passa: Unix e CLI nel 2026
Le persone fantastiche dietro un modulo Python-Postgres
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Una mattina qualunque, tra lavoro e sogni di evasione
L’intervista inizia alle 9:30 del mattino, in un tono volutamente informale. La giornata lavorativa prende vita, c’è chi “dice che è veramente sempre più difficile”, c’è chi scherzando ammette: “Io devo cambiare vita”. E c’è persino l’idea di aprire un chiosco…
Questa apertura non è un riempitivo: è il ritratto di un ambiente di lavoro in cui la tecnologia — il punto centrale di cui si parlerà — non vive in un reparto separato, ma respira nella routine di tutti i giorni. È da questa normalità che parte la storia di una realtà che, per dirla con le parole di Luca, è “completamente open”.
Nextcloud su quattro siti
“Completamente open: abbiamo un Nextcloud su quattro siti e devo dire che ci ha risolto non pochi problemi”.
La frase è semplice, ma nasconde una scelta importante: portare uno strumento open source — in questo caso Nextcloud — non in un singolo punto d’accesso, ma in un’infrastruttura distribuita su quattro siti. Il risultato, racconta Luca, è che “ci ha risolto non pochi problemi”: Nextcloud non è un esperimento di nicchia, ma una componente operativa a tutti gli effetti.
E qui emerge il punto più interessante: la parte difficile non è stata tecnica, ma culturale. “È veramente difficile imporsi” — le parole sono nette — soprattutto quando si tratta di “traghettare una realtà che aveva altre idee, altre logiche”. Una transizione di questo tipo non si fa con un deploy: richiede tempo, confronto e tanta perseveranza. “Ci siamo applicati tanto..”, ammette Luca: dietro ogni infrastruttura “completamente open” c’è un lavoro di accompagnamento alle persone che spesso resta invisibile, proprio dietro le quinte.
“Non basta che il software sia buono”: il supporto come atto di fiducia
C’è una convinzione che attraversa tutta l’intervista, e che vale la pena riportare integra: “.. non basta che il software sia buono e funzionale, deve anche essere supportato. Cioè l’azienda deve fidarsi poi dell’applicativo”.
È una riflessione che mette al centro la fiducia: per un’azienda, adottare un software — open source o no — significa affidargli parte del proprio lavoro quotidiano, e questa affidabilità si costruisce anche sapendo che, quando capita il problema, c’è qualcuno che segue la situazione. “Anni fa, tante anni fa (…) ci è mancato poi questo, secondo me: qualcuno che ti segue in caso di problemi”.
Ed è proprio su questo punto che Luca esprime il suo apprezzamento più sentito: “Sono molto, molto contento di come negli ultimi anni le cose sono evolute”. Il software open source è cresciuto, insieme all’ecosistema che lo supporta, e la differenza si sente nella pratica quotidiana.
Il ’98-2000 che non passa: Unix e CLI nel 2026
C’è poi una nota di orgoglio personale, che diventa una piccola tesi: “Sono anche contento del fatto che la gente stia apprezzando dei sistemi diversi, che io apprezzavo nel ’98-2000”.
Parola d’ordine: Unix. “Io uso il 95% di sistemi Unix in CLI” — la riga di comando non è nostalgia, è lo strumento con cui si lavora davvero. È un dettaglio in piccolo, ma che dice molto della cultura tecnica della realtà IMQ: qui si fa ancora mestiere, con gli strumenti che gli addetti ai lavori riconoscono come i più potenti e i più diretti. E la soddisfazione è doppia: quei sistemi non sono morti, stanno tornando alla ribalta.
Le persone fantastiche dietro un modulo Python-Postgres
La chiacchierata si chiude sul punto che forse pesa di più: le persone. “Persone fantastiche, veramente eccezionali, con cui ho avuto modo di lavorare per diversi anni”.
Si tratta, racconta Luca, degli ideatori e degli sviluppatori di un modulo di interfaccia Python verso Postgres — un componente tecnico sviluppato e mantenuto da loro. In un’Italia in cui, come osserva, “questa (…) l’unica eccezione che mi è capitata (…) sul mercato italiano”, trovarsi di fronte a sviluppatori che producono un qualcosa di proprio, originale e curato nel tempo, è un caso raro. E proprio per questo prezioso.
Dietro le quinte, dunque
Quello che resta di questa mattinata di intervista è un’immagine coerente: una realtà che usa l’open source in modo “completamente open” non perché deve, ma perché funziona; che ha capito da tempo che il software va accompagnato dal supporto e che considera le persone — e il loro talento — il vero asset.
Niente di tutto questo è appariscente, ma non per questo è meno importante, è, semplicemente, dietro le quinte.
















