Indice
Introduzione
Incuriosito da un articolo apparso su Red Hot Cyber ho pensato di aggiungere qualcosa, riflessioni che mescolano l’esperienza di 13 anni da sistemista e di 9 da divulgatore di informatica.
-Il titolo era questo:
L’era del sistemista copia-incolla è arrivata! l’IA crea una generazione di operatori che eseguono senza capire
-La sintesi, già esaustiva di per se, questa:
L’AI accelera il lavoro dell’help desk e del supporto IT, ma può favorire il deskilling dei tecnici. Affidarsi sempre ai modelli linguistici rischia di indebolire il ragionamento, la verifica e la capacità di risolvere problemi complessi quando l’intelligenza artificiale commette errori.
-La prima parte dell’articolo recitava così:
“Per anni il lavoro di primo livello è stato considerato la parte meno interessante dell’IT. Ticket ripetitivi. Password dimenticate. Problemi DNS. Errori di autenticazione. Condivisioni che improvvisamente smettevano di funzionare. Era il lavoro che nessuno voleva fare. Eppure era proprio lì che si costruivano le basi.
Ogni ticket obbligava a cercare una causa, verificare un log, fare un’ipotesi, magari sbagliare e ricominciare. Oggi, invece, quella fase rischia di sparire. L’intelligenza artificiale restituisce una soluzione nel giro di pochi secondi. È difficile resistere alla tentazione di eseguirla immediatamente. Il punto è che risolvere un problema non significa necessariamente averlo compreso. Sono due cose molto diverse.”
Per chi vuole leggerlo tutto questo è il link all’articolo completo.
Sono d’accordo ma..
Tutto condivisibile ad una prima lettura, nei panni dell’appassionato di tecnologia per la verità si potrebbe obiettare che qui ci sono previsioni troppo pessimistiche, che come spesso accade l’IA viene demonizzata in modo esagerato, che prima dell’IA esisteva la pratica del “googolare”, quindi non cambia poi molto, solo si accelera l’ottenimento di un risultato e si demanda la ricerca di soluzioni ad uno strumento molto più performante di noi.
Un IA entusiasta probabilmente l’articolo non l’avrebbe nemmeno letto, deluso a sufficienza dalla sintesi, con cui probabilmente non si sarebbe trovato d’accordo.
Io invece, ancora affetto da “tarlo dell’ ingegnere della vecchia guardia” l’articolo l’ho letto due volte, e mi è subito venuta alla mente una visione.
Una visione
Si trattava della personificazione del sistemista dal futuro, l’immagine vivida di un individuo velocissimo a trovare soluzioni. Il suo modus operandi è semplice e disarmante: appena si presenta un problema lo dà in pasto all’IA di turno, l’ultimo grido possibilmente, anzi grazie all’IA che spiega come usare l’IA ha probabilmente messo in piedi una batteria di agenti in grado di leggere i ticket e interrogare i loro simili specializzati sul da farsi.
Con pochissima supervisione, dopo i primi successi, il sistemista del futuro decide che l’agente non solo può analizzare i problemi e trovare soluzioni, ma anche implementarle in autonomia.
Una sorta di IT manager autonomo, proprio come l’assistente di guida autonomo, come il medico IA autonomo, come il robot soldato autonomo… Ma torniamo al mondo IT e non divaghiamo.
Fino a quando i successi sono davanti agli occhi di tutti nessuno si lamenta, passa del tempo, ci si disabitua all’attività di ricerca, test, implementazione e supervisione del risultato delle azioni svolte.
Erano le attività quotidiane dell’IT manager del passato, come lui stesso passate di moda e motivo anzi di esposizione al pubblico ludibrio per chi le mette ancora in pratica.
Ha vinto dunque l’ancestrale tendenza dell’essere umano ad adagiarsi nella zona di comfort e di seguire quello che fa il gregge.
Poi però emergono nuovi problemi, è sempre stato così e così sarà sempre, per queste nuove sfide le IA non sono state addestrate a trovare soluzioni in letteratura, non esistono.
Servirebbe il sistemista tipo che fa esperienza sul campo, si prende il tempo di documentarla, di trovare le eccezioni, di sbagliare, di creare qualche danno ma di portare a casa il risultato dopo sforzi e magari qualche notte insonne .. sospiro .. e solo dopo l’IA potrebbe essere addestrata a rendere più facile, fruibile e veloce il tutto. Questa figura però non c’è più, è passata di moda, rappresenta un soggetto relegato ai libri di archeologia informatica, ammesso che qualcuno ancora abbia la voglia di scriverli.
Scenari e conclusioni
Allora cosa accade: questi nuovi problemi gli agenti cercano di risolverli senza avere fonti di valore da cui attingere e sbagliano, magari all’inizio gli errori vengono nascosti, imputati ad altre cause correlate, messi sotto al tappeto, ma nel tempo, breve tempo, diventano troppi, troppo evidenti, l’elefante è nella stanza e non si può più fare finta di non vederlo.
Ci si trova nella situazione narrata anni fa nell’episodio dei Simpsons, in cui Homer si lascia andare così tanto alla pigrizia che il suo semplice lavoro da supervisore di una centrale nucleare lo delega ad un picchio di legno, che deve premere solo un pulsante. Quando il picchio si sbilancia però e non preme più perché fuori sede, arriva il disastro.
Oppure appaiono evidenti gli scenari narrati nel film Idiocracy, dove una prostituta e un impiegato mediamente lavativo, catapultati nel futuro, si ritrovano ad avere un QI da geni, esageratamente sopra la media anche degli uomini e delle donne nelle posizioni più importanti della società di quell’epoca. Lì i disastri si sono già manifestati e il declino è senza fine.
Al netto delle due citazioni tragicomiche comunque, una riflessione su questo trend, ben consci della nostra natura, dobbiamo farla.
Già oggi è molto complicato trovare tecnici di nuova generazione disposti a sporcarsi le mani sul campo per acquisire competenze, anche avvalendosi dei nuovi strumenti, ma con un’indole da lavoratori che sanno di doversi guadagnare la conoscenza grazie alla gavetta, allo studio, alla ricerca, all’errore e allo sviluppo dell’intuito.
L’avvento delle IA è qualcosa di straordinario, ma stiamo decidendo di usarle per potenziare le nostre facoltà, o per smettere di svilupparle per farci servire fino a quando sarà possibile?
Nel secondo scenario il punto di non ritorno prima o poi arriverà, e considerando la velocità con cui queste tecnologie evolvono e quella ancora superiore con cui l’uomo insegue l’assenza di sforzo, senza un esame di coscienza serio oggi, quella data fatidica giungerà presto.
E attenzione l’IA mi suggerisce che:
L’espressione “punto di non ritorno” indica il momento oltre il quale non è più possibile tornare alla situazione precedente o cambiare decisione senza conseguenze.
Può essere usata:
- In senso concreto: «L’aereo ha superato il punto di non ritorno», cioè non ha più carburante sufficiente per rientrare.
- In senso figurato: «La loro relazione ha raggiunto il punto di non ritorno», cioè la situazione è ormai irreversibile.
In breve, significa una soglia dopo la quale non si può più tornare indietro.
Era un concetto che conoscevo già a dire il vero, non mi serviva interrogare l’IA, l’avevo imparato tanto tempo fa e me lo ricordavo, ma sarà così anche per le doti da archeo IT manager, superato il punto di non ritorno?












